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Barbie: la bambola che sposta i confini

Qualche giorno fa, la Mattel ha annunciato l’uscita della loro nuova bambola: una Barbie affetta da sindrome di Down. La bambola fa parte della linea Mattel Barbie Fashionistas, che vuole offrire ai bambini ideali di bellezza diversificati e realistici, combattendo gli stereotipi legati alle disabilità fisiche. Sempre all’interno della stessa linea si trovano bambole in sedia a rotelle, altre con una protesi alla gamba, con apparecchi acustici e con la vitiligine.

La Mattel, infatti, definisce la Barbie come “la linea di bambole più diversificata e inclusiva presente oggi sul mercato”. Il ruolo che le Barbie svolgono nella nostra società come modelli per migliaia di ragazze e ragazzi è indubbiamente fondamentale, ma le cose non sono sempre state così.

Partiamo dall’inizio. La prima bambola di Mattel nasce nel 1959. Bionda, alta e magra, di nome Barbie, è stata prodotta in serie negli Stati Uniti con caratteristiche adulte. La creatrice fu Ruth Handler che nel 1945 fondò Mattel Inc. insieme a suo marito. L’idea nacque guardando la propria figlia ignorare le bambole classiche e divertirsi a giocare con sagome di carta di donne adulte.

Handler si rese conto che sarebbe potuta esistere una nicchia di mercato per un giocattolo che permettesse alle bambine di immaginare il loro futuro.

Ma le cose non furono così semplici. Inizialmente la Barbie fece fatica sul mercato e l’azienda cercò di capire quali fossero le ragioni dell’insuccesso della nuova bambola. Si rivolsero a Ernest Dichter, il famoso psicologo e marketer americano. Quello che fece Dichter fu una ricerca motivazionale che mirava a scoprire perché ai genitori – coloro che decidevano cosa acquistare- non piacesse la Barbie e cosa si potesse fare per migliorare la sua reputazione.

Le scoperte di Dichter furono del tutto inaspettate. La Barbie originale rappresentava una donna elegante e magra, con un bell’aspetto fisico, vestita con un costume da bagno zebrato. Lo psicologo scoprì che le mamme non volevano comprarla per le loro figlie non perché avesse un aspetto volgare, ma perché loro stesse facevano fatica a identificarsi con le bambole. La soluzione? Una Barbie con un bell’aspetto fisico e uno stile contemporaneo, tipico della donna degli anni ’50, che assomigliasse a loro.

Da quel momento in poi le evoluzioni sono state molte.

Partendo dagli ideali quasi irraggiungibili del corpo femminile nel 1959, la Mattel ha, passo dopo passo, sovvertito i canoni di quello che sarebbe dovuto essere essere il corpo ideale di una donna, il colore della sua pelle, il suo lavoro.

Da Christie nel 1968, la prima bambola nera sul mercato, poi nel ’90 le prime vestite da medici, vigili del fuoco e presidenti, fino ad oggi con la nuova Barbie affetta da sindrome di Down, le bambole di Mattel aiutano migliaia di ragazzi in tutto il mondo a trovare il loro ideale modello.

Nonostante le Barbie siano e rimangano solo dei giocattoli nascosti nei ricordi delle nostre infanzie, non bisogna sottovalutare l’impatto che hanno su di noi e sulla nostra società. Siamo tutti in qualche modo influenzati dal ricordo di quella bambina/o che che giocava con le sue bambole, ed è grazie a brand come Barbie se stiamo cercando di farci spazio nel mondo, lavorando su diritti e inclusività.

anto.

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Alessandro Micale
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