Back

Il beato Carlo Acutis e il ruolo dei brand

Quando si parla di approcciare il tema della morte nell’industry della comunicazione, il primo nome che viene a tutti in mente è Taffo che ha avuto l’indiscutibile capacità di aver utilizzato sapientemente le leve della comunicazione commerciale per modificare e migliorare il percepito delle imprese funebri, fino a trasformare Taffo in un vero e proprio brand.

Ma c’è da qualche anno un fenomeno ancor più potente che vede una particolare relazione tra il mondo dei defunti a quello delle marche. Ed è quanto sta succedendo attorno alla figura di un giovanissimo beato, Carlo Acutis, esposto ad Assisi in una teca trasparente e vestito con i brand che indossiamo quotidianamente.

Non mi soffermo molto sulla storia di Carlo. Basti ricordare che era un giovane studente di Milano, stroncato nel 2006 a soli 15 anni da una leucemia fulminante, che si era distinto tra i suoi coetanei per una grandissima fede, professata anche tramite il web, ed il suo spirito caritatevole.

Tutti ingredienti hanno reso Carlo un perfetto candidato per un nuovo, giovane, beato. Candidatura poi suggellata da un miracolo per intercessione a lui attribuito nel 2013 relativo alla guarigione di un bimbo brasiliano di 6 anni. E dalla sua beatificazione sono migliaia le attestazioni di grazia e miracoli che arrivano da tutto il mondo alla famiglia Acutis.

L’occasione di vedere in Carlo una possibilità per avvicinare i giovani alla fede non si è fatta attendere e la macchina comunicativa della Chiesa ha raggiunto la sua perfezione nella decisione di esumarne il corpo e di sottoporlo ad un trattamento conservativo con l’applicazione di una perfetta maschera in silicone che ne ha ricostruito il volto nei minimi dettagli.

Il nostro interesse ricade però sulla scelta di far indossare alle spoglie del ragazzo i suoi vestiti ed i brand preferiti. Nella teca sono in netta e chiara evidenza i loghi di Nike e la felpa North Sales, brand che hanno un ruolo non secondario nel percorso di avvicinamento e di conoscenza della vita di Acutis.

E’ infatti indiscutibile che è anche grazie ai quei vestiti che il comune concetto di beato o santo, stia passando sempre più velocemente da un percepito legato ad immagine di teche pompose di vescovi e cardinali (o loro porzioni) spesso piuttosto rinsecchiti ed a tratti spaventosi, ad un percepito attuale di un un ragazzo dei nostri giorni.

Non è tanto l’età di Carlo che conta, di beati giovani ce ne sono molti. Ma ciò che conta è il ricordo senza filtri di uno studente della Milano bene, alla moda, che non ha dovuto rinnegare nulla del suo stile di vita.

Anche se si trova ad Assisi presso il Santuario della Spogliazione, per Carlo non c’è stato bisogno di nessuna spogliazione alla San Francesco. Grazie alla sua fede, ha vissuto in maniera straordinaria la sua quotidianità, fatta anche di vestiti brandizzati, come moltissimi giovani. Far indossare al corpo di Carlo scarpe e felpe anonime non avrebbe avuto lo stesso effetto.

Ed ecco il risultato: centinaia di ragazzi di ogni nazionalità che fanno la fila per andare a trovare il beato, con immancabile foto ricordo o qualche tentativo (ok, ogni tanto grottesco) di selfie. Piaccia o meno, anche questo fa parte delle logiche di comunicazione.

Quei brand hanno il ruolo indicibile ma reale di creare comunità attorno al beato, e questo la Chiesa lo sa, incrementando la curiosità di una folla sempre maggiore che sicuramente farà il tifo per vederlo quanto prima santo.

Articoli correlati

Alessandro Micale
Alessandro Micale