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La Famiglia Invisibile

Qualche giorno fa è scoppiata la polemica sul riconoscimento dei figli nati all’estero da coppie LGBTQ. Semplificando la questione: una coppia LGBTQ in Italia non ha grande scelta quando si tratta di figli. Non potendo accedere alla fecondazione eterologa né alla maternità surrogata, in un paese dove le pratiche per l’adozione richiedono anni e sono di fatto pressoché inaccessibili per la comunità LGBTQ, una coppia “non tradizionale” italiana deve necessariamente rivolgersi oltreconfine in paesi di con leggi più progressiste.

Fino alla settimana scorsa, inserendosi in uno dei molteplici buchi legislativi del nostro paese, le coppie LGBTQ che decidevano di avere un figlio all’estero potevano chiederne il riconoscimento al comune che trascriveva il certificato di nascita citando entrambi i genitori, garantendo di fatto, diritti e doveri equiparabili a quelli attribuiti al genitore biologico.

Fino alla settimana scorsa perché la circolare del Ministero dell’interno del 19 gennaio ricorda che la Cassazione ha indicato lo stop alle trascrizioni dei certificati dei figli di due padri nati all’estero con maternità surrogata. Il prefetto di Milano Renato Saccone è andato oltre chiedendo di interrompere anche i riconoscimenti dei figli di due madri nati in Italia e si riserva di dare indicazioni su quelli nati all’estero sempre da due donne.

Ciò ha causato non poche polemiche che sono arrivate persino da Bruxelles. Il commissario europeo per la Giustizia, Didier Reynders scrive: “In linea con la strategia per l’uguaglianza delle persone Lgbtiq 2020-2025, la Commissione è in continuo dialogo con gli Stati membri riguardo all’attuazione delle sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea” e “ciò comprende anche l’obbligo per gli Stati membri di riconoscere i figli di genitori dello stesso sesso, ai fini dell’esercizio dei diritti conferiti dall’Ue”. Insomma, una bacchettata sulle mani al governo italiano che si è “dimenticato” di accordi europei già in vigore da tempo.

La così detta “famiglia mulino bianco” presa ad esempio da gran parte dell’attuale governo nasce da una stereotipizzazione della famiglia italiana post-industriale. Se vogliamo è un costrutto pubblicitario che, come ogni elemento della pubblicità, racconta per sua natura, di valori positivi che nel caso della famiglia si traducono in amore e sicurezza, emozioni che trascendono il sesso o la biologia. L’Italia degli anni ’70 la immaginava in un modo, che oggi sappiamo essere solo uno dei modi.

Non a caso, la comunicazione commerciale racconta modelli di famiglia differenti già da diversi anni. Nel 2014 in un corto di Vodafone si intravedevano due mamme in sala parto gioiose della nascita del loro bimbo. Da allora ad oggi sono tante le aziende che hanno scelto di rappresentare famiglie non tradizionali. La pubblicità si adatta alla società che progressivamente sta realizzando che esistono tanti tipi di famiglia differenti.

La pubblicità contemporanea sembra essere più in linea con la realtà della politica, che ancora sguazza fra leggi incomplete e circolari nel folle tentativo di spiegare l’amore fra un genitore e un figlio.

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Alessandro Micale
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