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La moda secondo Shein, fra leggi antimafia e TikTok

Molti di voi conosceranno il colosso del fast fashion Shein (She-in).

Shein è un colosso dell’e-commerce cinese che sta dominando il mercato della moda a basso costo. Da sempre accusato di non tutelare i diritti dei lavoratori per garantire prezzi super competitivi, è inutile dire che è diventato uno dei primi, se non il primo negozio online di abbigliamento per moltissimi giovani.

 

Se da un lato le accuse hanno trovato sempre più o meno conferme, dall’altro gli incrementi delle vendite degli ultimi anni dimostrano come queste non abbiano avuto effetti gravi sulla reputazione dell’azienda. Ciò nonostante, Shein ha voluto tutelare la sua barcollante reputazione con una campagna di influencer marketing appositamente costruita per “dimostrare” al mondo la “bontà” della sua line produttiva.

 

Il colosso cinese ha organizzato una visita all inclusive per un gruppo di influencer americani nello stabilimento di Guangzhou, epicentro logistico di Shein. Ripresi dalle telecamere gli influencer, in un battaglione fiore all’occhiello dell’inclusività e della body positivity specificatamente selezionato per il pubblico gen-z occidentale target prediletto del colosso; elogiano l’organizzazione della compagnia, il suo interesse nella salute e nel welfare dei dipendenti e l’originalità dei suoi capi. Tutto questo all’ombra delle gigantesche critiche di attivisti, organizzazioni indipendenti e delle timide seppur audaci cause legali avviate contro il colosso cinese negli ultimi anni.

Inutile dire che gli stessi seguaci degli influencer che hanno preso parte alla campagna non sono rimasti particolarmente colpiti anzi. Lo shit-storm ha investito tutti, tra chi ha criticato la modalità scelta dal brand per salvaguardare la propria immagine e chi ha puntato il dito contro gli stessi influencer, rei di un comportamento orientato al profitto al caro prezzo dell’etica e della tutela dei diritti.

Perché di prove che dimostrano le allucinanti condizioni dei lavoratori di Shein ne esistono moltissime. Citando dal Messaggero: “un rapporto della organizzazione svizzera Public Eye nel 2021 ha raccontato di turni di dodici ore e un solo giorno libero al mese per centinaia di dipendenti. Altre ong hanno evidenziato come fosse impossibile valutare l’impronta ambientale della società vista l’esigua quantità di dati rivelati sulla produzione. Nei mesi successivi l’azienda ha operato un controllo sui propri contractor, da cui è emerso che il 12% aveva commesso «violazioni a tolleranza zero» (come il lavoro minorile, per intenderci) e l’83% operava con «grandi rischi». Poi la video-inchiesta dello scorso anno a cura della reporter Iman Amrani: dipendenti che lavorano anche diciotto ore di fila e pressati da altissimi target di produzione (fino a cinquecento capi al giorno al prezzo di 40 centesimi l’uno).”

 

Situazioni da pelle d’oca.

Che si sono dimostrate impermeabili alle moine di influencer e campagne di brandwashing.

Scendendo più nel dettaglio sul piano legale, Shein non è nuova a cause di plagio e contraffazione ma l’11 luglio scorso, è stata aperta una causa in California che punta a condannare il colosso cinese sfruttando quelle stesse leggi che furono pensate per il contrasto alle mafie.

Oltre al plagio, ampiamente dimostrato nei documenti presentati al tribunale e prontamente pubblicato sui giornali, si evince anche una serie di crimini legati alla natura poco trasparente della filiera produttiva di Shein.

 

La responsabilità civile e legale del colosso si perde in un dedalo di compagnie e micro-compagnie secondo l’accusa, appositamente pensato per eludere ogni forma di responsabilità, agendo così oltre i limiti della legge.

Nonostante sia ancora troppo presto per fare previsioni su conclusioni e ripercussioni, è interessante analizzare come, nonostante gli sforzi di Shein di ripulire la sua immagine, alla fine i consumatori non sono facili da ingannare e si rendono conto delle “porcherie” che alcune multinazionali sono disposte a compiere nella corsa verso il profitto.

 

Eppure, il 2022 è stato un altro anno di incassi record per Shein.

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Alessandro Micale
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